

E se provassimo, per un istante, a cambiare prospettiva? Se Ariel e Ursula non fossero una sirena e una strega del mare, ma due autentici Stati sovrani?
Nel momento in cui Ariel sottoscrive l'accordo proposto da Ursula ne “La Sirenetta", con il quale rinuncia alla sua voce per avere un paio di gambe, non staremmo più assistendo soltanto ad un patto stregato, bensì alla conclusione di un vero e proprio accordo internazionale: un testo scritto, nato dall'incontro di due volontà, destinato a produrre effetti vincolanti tra le parti.
Invero, nel diritto internazionale, il trattato è esattamente questo e la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (1969), all'art. 2, lo definisce come
«un accordo internazionale concluso in forma scritta tra Stati e regolato dal diritto internazionale contenuto sia in un unico documento, sia in più strumenti collegati, qualunque ne sia la particolare denominazione».
Non è il nome utilizzato – "trattato", "convenzione", "protocollo" – a fare la differenza. Queste denominazioni indicano tutte lo stesso atto giuridico.
Proprio come nell'intesa tra Ariel e Ursula, anche nei rapporti tra Stati l'elemento centrale è che la manifestazione del consenso sia inequivoca e definitiva.
Questo consenso, per come affermato dall'art. 11, può essere espresso
“con la firma, lo scambio di strumenti che formano il trattato, la ratifica, l'accettazione, l'approvazione o l'adesione, o con ogni altro mezzo convenuto”.
La prossima volta che in una fiaba qualcuno "firma" un accordo, provate a guardarci con gli occhi del diritto internazionale e chiedetevi: chi sono le parti, quali obblighi stanno nascendo, quali conseguenze potrebbe avere quella firma. Perché, anche “in fondo al mar”, il diritto ci ricorda che le parole contano. E quando sono scritte, contano ancora di più!






