

Cenerentola è una delle fiabe più note della tradizione occidentale, spesso letta come racconto di un riscatto personale. Tuttavia, se letta attraverso la lente della teoria femminista e del diritto al lavoro, la fiaba rivela una dinamica strutturale di sfruttamento. Alla base della storia c'è, infatti, sia l'oppressione familiare che la sistematica invisibilizzazione del lavoro domestico.
Cenerentola svolge quotidianamente mansioni fondamentali per la vita familiare: pulisce, cucina e riordina senza retribuzione e senza riposo. Queste sono attività quotidiane, non occasionali e non volontarie, bensì continuative e imposte. Sono mansioni che presentano i tratti tipici di un lavoro subordinato che non consente né autonomia né indipendenza. Eppure, questo sfruttamento non viene mai riconosciuto come tale, perché è mascherato dal legame familiare: Cenerentola vive nella casa della matrigna e delle sorellastre, e il suo lavoro è presentato come un "dovere" naturale, non come un'attività economicamente rilevante.
L’attivista femminista italiana Silvia Federici (Parma, 1942), in opere come Calibano e la strega e Il punto zero della rivoluzione, ha mostrato come il lavoro domestico, storicamente femminilizzato, è reso invisibile e sottratto alle categorie della giustizia e del diritto. Non è considerato "vero lavoro", ma espressione di un ruolo naturale e questa naturalizzazione rende lo sfruttamento invisibile e quindi non contestabile.
La condizione di Cenerentola incarna perfettamente questo meccanismo. Il suo lavoro non è retribuito né regolato, perché presentato come dovere familiare. La fiaba trasforma la sua fatica in una virtù morale: la sua umiltà e il suo sacrificio sono qualità da premiare, che le consentiranno un riscatto. In questo modo, la narrazione legittima una struttura di dominio che il diritto del lavoro dovrebbe invece smascherare.
Dal punto di vista giuridico, il confine tra aiuto familiare e lavoro subordinato è uno dei nodi più complessi e controversi. Il diritto tende a escludere le prestazioni rese all'interno della famiglia dalla sfera della tutela, assumendo che siano fondate sull'affetto. Tuttavia, la storia di Cenerentola mostra quanto questa presunzione possa essere fallace: il vincolo familiare diventa lo strumento attraverso cui si esercita un potere unilaterale, privo di limiti e di garanzie.
Federici invita a riconoscere che senza il lavoro domestico, gratuito e invisibile, l'economia nel suo complesso non potrebbe funzionare. Applicata alla fiaba, questa prospettiva rovescia la narrazione tradizionale: Cenerentola è una lavoratrice che sostiene materialmente la casa da cui è esclusa simbolicamente.
Il lieto fine non passa dal riconoscimento dei suoi diritti, ma dall'intervento straordinario di una fata e dal matrimonio con il principe. La giustizia non è giuridica, ma fiabesca e non modifica la struttura dello sfruttamento.
Riletta oggi, la fiaba diventa così uno strumento critico potente: ci costringe a interrogarci su quali forme di lavoro restino ancora escluse dalla piena tutela giuridica e su quanto il confine tra famiglia e sfruttamento continui a essere fragile.






